giovedì, agosto 31, 2006


Non ha bisogno di molte presentazioni Thom Yorke. I suoi Radiohead sono una delle pochissime proposte dei secondi anni Novanta capaci di coniugare qualità estremamente elevata e seguito di pubblico realmente vasto: il tutto con una massiccia dose di follia creativa ad accompagnare il genio (passare da "OK Computer" a "Kid A" raggiungendo quegli apici) e, perché no, di sana strategia di marketing. Sì, nonostante abbia finito per farlo, Yorke di questo cappelletto non ne ha alcun bisogno.
Mentre i Radiohead sono alle prese con problemi seri (uscire dallo stagno di "Hail To The Thief", un disco discreto ma il loro peggiore, debutto escluso), è arrivato l'annuncio-bomba: il primo disco solista del suo leader. Con "The Eraser" si pongono molti interrogativi: quali sono il ruolo e il valore di Yorke all'interno del gruppo? Quest'ultimo in che stato è (ammesso che questo disco possa esserne un po' fotografia)? E, soprattutto, cosa significa questo tentativo? E' un gesto meditato? E' un modo di recuperare tagli? E' un modo di evidenziare una diversità fra i Radiohead e il loro cantante?
Ad aprire il disco è la title track. La linea melodica dolce, la voce morbida e in stato di grazia (e con un ruolo diverso, più amalgamata e accompagnatrice, misurata anziché lirica: sfumature, adatte al pezzo e al disco), motivo di piano centrale a poggiarsi su beat elettronici. Il brano, bello, esprime personalità distinta con il suo taglio quasi cantautorale. Quel che segue, "Analyse", con il suo giro-carillon, va invece a pascolare con evidenza nei territori del gruppo-madre. Il taglio è etereo e il piano è ancora protagonista, sempre nel bene, per fortuna. "The Clock" continua a citare le radici, ma usando pennelli differenti: il mood si fa più introverso, chiuso, il canto lamentoso. Il pezzo vaga senza raggiungere meta, andando a evocare più che a dire, risultando più che altro momento di transizione. L'attesa è però ripagata da "Black Swan", che torna a battere la via dell'emancipazione e in più va a beccare il giro (di elettronica) migliore dell'intero disco, accompagnandolo con delicati arpeggi di chitarra. La struttura invece è la stessa degli altri momenti (e questa rimarrà sempre): trattasi di canzoni, canzoni di un musicista pop-rock, che nel mezzo del suo cammino è andato in fissa per l'elettronica, giochicchia con beat e reiterazioni e le piazza da sfondo.
Il duo centrale cala un po' di valore, pur restando gradevole e facendo atmosfera, con "Skip Divided", ipnotica e subdolamente aggressiva, e "Atoms For Peace" a innalzare un canto celestiale su rimbalzi gaudiosi. "And It Rained All Night", con i suoi ringhi ritmati e "Harrowdown Hill", una bella melodia, coniugano emozione e freddezza, con i synth ( electro-ambient più che cosmici) che col passare dei minuti hanno preso sempre più spazio, per un lavoro di produzione e cura del suono semplicemente perfetto, che cercano (riuscendoci quasi) di colmare quel che resta del gap rispetto alla scrittura dei primi pezzi del disco. Il disco si chiude con "Cymbal Rush", una melodia che parte sorniona e sonnacchiosa, senza mostrare particolari virtù, e che sorprendentemente va in crescendo, accompagnata dal piano, a disegnare una delle migliori aperture melodiche di "The Eraser".
L'esordio solista di Yorke conferma l'importanza del suo autore nel grande cambiamento dei Radiohead, e ne mostra profili ulteriori (il differente taglio di penna emerso qui e lì). Qualitativamente si tratta di un buon lavoro, assai gradevole, sicuramente non innovativo, ma ispirato, sentito e personale (o meglio "suo"). Lo si ricorderà come tale e non di più semplicemente perché le belle canzoni sono tali e non bellissime, perché qualche pausa (pur se mai spiacevole) c'è, e perché la sensazione è che, pur se prodotto al meglio, sia un disco fatto più che altro per piacere e divertimento, che ha una sua idea ma non molto articolata, e che, per realizzarla, è bastato materiale pescato senza necessità di una grande (e apposita) opera di ingegno. P.S.: Difficile dire da qui dove sono e come stanno i Radiohead. Azzardo: probabile comunque che il loro prossimo terreno da gioco non sarà quello di "The Eraser".
Tratto da: www.ondarock.it

mercoledì, agosto 02, 2006

Una delle band più innovative degli ultimi anni...Primus


Nel corso degli anni Novanta le più importanti innovazioni nel rock sono avvenute attraverso contaminazioni con altri generi, elettronica e jazz in primo luogo. Sono stati pochi, invece, i gruppi che hanno saputo inventarsi un suono partendo dalla strumentazione base del rock: chitarra, basso, batteria e voce. I Primus si ergono al vertice di questo ristretto gruppo, in forza di un rock-funk aggressivo, veloce e fuori di testa, in cui l'elemento principale non è la voce, né la chitarra, ma il funambolico basso di Les Claypool, uno dei personaggi più carismatici dell'attuale panorama musicale statunitense. Claypool, assimilando la lezione delle bandprogressive e hard rock degli anni Settanta in uno stile molto personale, propone un rock vivace e istrionico, in cui le sue enormi doti di bassista sono sempre pronte a stupire l'ascoltatore. Oggi la band gode dell'invidiabile status di intoccabile, osannata dai critici e apprezzata dal pubblico, nonché stimata dai colleghi, come dimostrano le collaborazioni, tra gli altri, di Tom Morello (Audioslave) e di Tom waits nel loro più recente album, Antipop. "E' un disco più pesante - spiega Claypool - una risposta a quella che è stata la radio degli ultimi anni: una radio zuccherosa, flaccida, noiosa".
Claypool aveva già all'attivo un'esperienza con un precedente complesso, i Sausage (riformati poi per un discreto disco nel 1994), quando sul finire dello scorso decennio, nella sua San Francisco, formò i Primus, insieme al chitarrista Larry Lalonde e al batterista Tim "Herb" Alexander. L'esordio avviene con un album live intitolato Suck on this, dal suono estroso, pregno di un rock appiccicoso e beffardo, che trova i suoi momenti migliori in "John the fisherman" e nel futuro classico "Tommy the cat". Pubblicato poco dopo "Frizzle Fry", il trio inizia una serie di concerti come supporter di Jane's Addiction e
Faith no more, che gli valgono un notevole aumento di popolarità.
E' però con il successivo Sailing the sea of cheese (1991) che la band californiana si impone definitivamente all'attenzione generale, arrivando a vendere 500mila copie, grazie a brani ipnotici, dalla ritmica marcata e incalzante, sottilmente psichedelici e dominati dai riff del basso "slap" di Claypool. Spopolano brani come "Here come the bastards" e "Jerry was a race car driver". Giunge così a sorpresa, un anno dopo,un disco di cover come "Miscellaneous Debris", con rivisitazioni di brani di
Peter abriel, Pink Floyd, Xtc, Residents e altri ancora. Nel 1993, arriva un nuovo successo con l'album Pork Soda, trascinato da "My name is mud", quindi, due anni dopo, la conferma con Tales from the punchbowl. Se i titoli dei dischi sono sempre ironici e pungenti, musicalmente, i Primus forniscono variazioni sul tema, favorendo ora la forma canzone ora la sperimentazione, in un ibrido schizoide tra Rush e Frank Zappa. Il gruppo è divenuto nel frattempo una delle principali attrazioni live della scena americana, con le sue performance sempre spettacolari e coinvolgenti, geniali ma mai pedanti.
Brown Album, uscito un paio di anni fa, ha invece goduto di minor attenzione, segnando un ribasso delle azioni dei Primus. Nell'occasione, il gruppo subisce una piccola rivoluzione, con Alexander che lascia il posto al nuvo batterista Brian "Brain" Mantia. Nel frattempo Les Claypool si mostra particolarmente attivo in operazioni collaterali, legate alla sua personale etichetta, la Prawn Song (che prende spunto nel nome dalla storica Swan Song dei Led Zeppelin
).
Ora, Antipop, dal titolo più che mai esplicito nella sua avversione a quanto sta accadendo i vertici delle classifiche statunitensi, dominate da vacui idoli teen-pop, ci presenta un gruppo in piena forma, seducente e intrigante, senza alcun segno di stanchezza. Un vero modello per chi voglia rompere gli schemi di un rock che sembra non avere più la forza di reggere il peso del suo invidiabile passato.